Il Coronavirus ha sicuramente cambiato le nostre abitudini. La reclusione forzata in casa della maggior parte della popolazione ha portato alla ribalta servizi prima del tutto marginali. L’intrattenimento e lo streaming sono diventati parte fondamentale di questo particolare spaccato delle nostre vite così come la necessità di poter rimanere in contatto con le persone che fino a poco tempo fa riuscivamo a vedere tutti i giorni.


Potersi vedere è diventata un’esigenza particolarmente stringente, capace di portare in auge servizi fino a poco tempo fa quasi del tutto accessori: è il caso di Zoom, app di videoconferenze salita agli onori delle cronache per le sue incredibili potenzialità, scaricata da tantissime persone e ormai diffusissima. Una popolarità che ha però palesato problemi di non poco conto che ne hanno in qualche modo offuscato il rapido successo.

Zoom non fa niente di diverso se non mettere in contatto video le persone: è un servizio di videoconferenza del tutto simile a tanti altri, da Skype ai servizi di video chiamata offerti dal ben più diffuso WhatsApp. A fare la differenza sono le possibilità di connessione praticamente infinite. Se in tante altre app il numero di partecipanti a una videochiamata è di solito limitato con Zoom in versione base si può arrivare fino a 100 partecipanti, che diventano addirittura 1000 per la sua versione business dedicata alle aziende.
Non stupisce quindi che questa possibilità, capace da sola di fare la differenza con tutti i servizi analoghi, abbia spinto Zoom in testa alle classifiche degli store di tutto il mondo: dalla persona più comune all’azienda più organizzata tutti hanno trovato in Zoom un servizio comodo, facile e veloce. Lezioni scolastiche e universitarie, party improvvisati, video conferenze di lavoro, riunioni di grandi gruppi, Zoom è ormai ampiamente utilizzato. Un successo che ha però portato alla luce anche il lato oscuro del servizio.

In tempi non sospetti Zoom era stata già afflitta da non proprio semplici vulnerabilità di sicurezza, oggi venute drammaticamente a galla in tutta la loro attualità. Nel 2018 era stata scoperta una falla di sicurezza che permetteva agli hacker di utilizzare gli utenti per poter intervenire nei modi più disparati all’interno delle videoconferenze, rimuovendone i partecipanti, falsificandone i messaggi e dirottando le schermate condivise. Nel 2019 un altro bug permetteva agli hacker di far partecipare forzatamente gli utenti in ambiente Mac a delle chiamate con Zoom senza il loro permesso e con la cam attivata.

Le stanze in cui si svolgono le videoconferenze di Zoom sono facilmente reperibili in rete. Il fenomeno dello Zoombombing, seppur all’apparenza innocuo e divertente, sta portando con conseguenze di un certo peso. In rete, infatti, si riescono facilmente ad individuare i codici identificativi delle conferenze, con utenti che riescono a fare tranquillamente irruzione nelle varie stanze per disturbare i partecipanti, a volte in modo innocuo e altre postando materiale pornografico e altra spazzatura, con tutte le conseguenze per la privacy dei partecipanti che la presenza di sconosciuti o presunti criminali porta con se.

Di riflesso sono anche tanti altri i problemi che stanno venendo a galla negli ultimi giorni. Alcuni ricercatori dell’Università di Toronto, ad esempio, hanno scoperto che alcune chiamate effettuare in nord america sono state inviate in Cina insieme alle loro chiavi di cifratura. Nonostante l’azienda affermi di avere sistemi di cifratura avanzati, i ricercatori hanno scoperto che si tratta di codici invece facilmente accessibili e “scardinabili”.

Per rispondere alle critiche, Zoom ha annunciato una serie di nuove misure di sicurezza e funzionalità come password attivate di default per le nuove riunioni, nonché riunioni istantanee, riunioni programmate e riunioni con ID dedicato.

Tuttavia, non si può negare l’incredibile funzionalità di Zoom, anche in seguito ai decisivi miglioramenti lato sicurezza e privacy: se si è sensibili a queste due tematiche, però, è possibile optare per delle soluzioni alternative.

Vediamo dunque di seguito alcune app di videoconferenza che dichiarano di fare della sicurezza e della protezione dei dati personali il proprio punto di forza.

Skype

Un classico gratuito per fare videochiamate e non solo: mentre parliamo, con la videocamera accesa o solo a voce, Skype ci permette anche di chattare scrivendo, scambiarci file e condividere lo schermo.

Skype permette anche di registrare le chiamate, sia video che audio: alla fine della chiamata o dopo aver chiuso la registrazione, nella colonna della chat apparirà il link per salvare la conversazione sul computer: il file rimane disponibile per trenta giorni.

Una piccola funzione interessante: in caso di lavoro da casa e necessità di videochiamare, dalle impostazioni si può scegliere se sfumare tutto l’ambiente che ci sta attorno per renderlo meno visibile.

Google Hangouts

Messaggi, chiamate e videochiamate, gratis: basta avere un account Google, in pratica una mail Gmail. Una volta dentro Gmail, in alto a destra basta cercare l’icona di Hangouts.

Cliccando su Hangouts si aprirà una finestra con tre opzioni: videochiamata, telefonata o messaggio. Scegliendo la videochiamata, Hangouts ti darà un link da condividere con le persone con le quali vuoi parlare, che dovranno solo cliccarlo per collegarsi.

La chat rimane sempre a disposizione anche durante la videochiamata e dalle impostazioni in alto a destra puoi anche condividere il tuo schermo con tutti i partecipanti.

Google Meet

Per i privati, Google Meet è a pagamento con un piano mensile di abbonamento alla Google Suite (da 4,68 Euro/mese per il piano più economico), il pacchetto di strumenti messi a punto da Google per facilitare le collaborazioni da remoto: puoi comunque provarlo gratis per 14 giorni.

Segnaliamo anche Google Meet perché, come per Hangouts, avviare una videochiamata è davvero semplicissimo: basta iniziare una nuova riunione per ottenere subito un link da condividere con le persone che vuoi invitare, e la conversazione si aprirà nel browser. Quindi, di nuovo, nulla da installare per quel che riguarda i computer, mentre per telefoni e tablet basta scaricare l’app Hangouts Meet.

Google Meet e Classroom per l’insegnamento

Fino a luglio 2020, per l’emergenza Coronavirus, Google offre gratuitamente l’accesso alle funzioni premium di Meet tra le quali anche la possibilità di registrare le riunioni e scaricarle su Google Drive.

Google Classroom è lo strumento collaborativo gratuito creato per la didattica a distanza.

Se sei un insegnante e vuoi usarlo ma non sai come iniziare, ANP (Associazione nazionale dei dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola) offre gratuitamente il corso che spiega come usarlo.